Post III – Our common future

Nello scorso post abbiamo incontrato alcune domande. Come siamo giunti alla gestione comune delle risorse (e all’utilizzo di questa categoria), sotto l’azione di quali forze? Dove nasce questo sguardo planetario che ci invita a un abitare comune e sostenibile? In questo magmatico labirinto incontriamo di nuovo quella rete telematica e dei trasporti (i media nel senso di Marshall McLuhan, la scittura nel senso di Carlo Sini) che presiede allo scambio di merci e informazioni. La rete dei trasporti mette in comunicazione i due mondi (locale, globale) e accorcia gli spazi fino all’evento planetario del crollo del muro di Berlino del 1989, evento simbolico che rende chiara all’Europa e al mondo la fine di ogni distanza geografica e culturale. La rete telematica garantisce poi un passaggio di informazioni ad un click bruciando ogni tipo di intervento dall’alto. Richiamiamo alla memoria il fatto che il rapporto Our Common Future è del 1987. Le Nazioni Unite si impegnano dunque a promuovere la tutela globale dei popoli e dell’ambiente in sinergia con l’azione sui territori locali in una situazione di mondializzazione già in cammino. Agire locale abbiamo detto, ma non ci sfugga: pensare globale. I nobili intenti delle Nazioni Unite, come naturale, guardano al processo con gli occhi del pianificatore o, se si preferisce, del controllore. Ed è qui che troviamo il pensare (globale). La possibilità di decidere delle politiche locali passa necessariamente dalla gestione dei trasporti (mezzi, merci, petrolio, persone…) e della rete telematica (computer, telefoni, circuiti elettronici, satelliti…); non è certo il caso di esemplificare i plurimi tentativi che le istituzioni mondiali e nazionali mettono in atto pur di controllare il traffico di merci, persone e informazioni. La portata della rete dei trasporti e delle informazioni comprende però la possibilità che dal basso nasca il tentativo di rovesciare o affrontare l’ordine del processo di controllo delle reti, tentativo che promuove stratagemmi che non si limitano a far radicare il pensare globale sul terreno locale, ma spingono nella direzione di un pensare locale in vista dell’agire globale. Siamo di fronte allo scintillante scenario della città planetaria di cui qui si fa questione. Non siamo dunque unicamente degli improvvidi scimmiottatori. L’aver visto la dialettica tra controllori e controllati e la necessaria possibilità di rovesciarne gli addendi non ci toglie comunque dall’imbarazzo della scelta e non ci mostra una guida chiara. Chiaro è che non usciremo da questo labirinto parteggiando per gli uni o per gli altri, tantomeno trasformando le nostre idee in armi da guerra o guerriglia. La domanda è aperta, non si risolva in un problema.

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