La democrazia è numero. Cosa succede in Europa quando i numeri diventano grandi?

Con questo lungo post cerco di riprendere il filo delle riflessioni avviate con i post del 4 febbraio e del 9 febbario, in cui avevo parlato della dialettica tra globale e locale, della crisi dello stato e del declino del centro.

Europa del Sud e Fiscal Compact

Fino ad oggi la coerenza della macchina istituzionale dell’Unione Europea ha sofferto a causa di una tensione fondamentale. L’UE ha un’unica politica commerciale e monetaria (almeno per i paesi dell’area Euro) sulle quali i governi nazionali le hanno dato delega completa. La politica fiscale per contro é rimasta fino ad ora una competenza esclusiva dei governi nazionali, liberi di gestire il prelievo fiscale, il bilancio ed il debito pubblico. A partire dal tratto di Maastricht sono stati introdotti criteri di convergenza economica e di sorveglianza – il famoso patto di crescita e stabilità – che tuttavia, nonostante i buoni uffici della Commissione Europea, non ha mai avuto la forza necessaria per costringere i paesi membri a contenere il deficit e a ridurre il debito pubblico in maniera sistematica.

In pratica quello che abbiamo visto negli ultimi anni è che la contabilità nazionale viene messa in ordine solamente quando si é in presenza di due fattori: da un lato la pressione dei mercati, delle agenzie di rating e dei creditori istituzionali, e dall’altro l’evoluzione del quadro politico nazionale. Questo è sicuramente un pattern tipico dell’Europa del Sud (si veda in proposito l’ecellente lavoro di Giulio Sapelli, “L’Europa del Sud dopo il 1945. Tradizione e modernità in Portogallo, Spagna, Italia, Grecia e Turchia” Ed Rubbettino, 2011). Le due variabili – i mercati e la politica nazionale – si influenzano a vicenda, in modo tale che non è possibile, a mio avviso, stabilire una gerarchia.

La fine del governo Berlusconi il 12 novembre 2011 è un esempio emblematico di tale congiuntura. Vorrei sottolineare che l’evento non fu il semplice frutto di diktat internazionali, e sarebbe troppo semplicistico imputare l’arrivo di Monti alla sola pressione dei mercati e della finanza internazionale – che rappresentano una delle facce dell’economia globale. Anche la dimensione locale, nazionale ha giocato la sua parte. L’installazione di un governo tecnico, infatti, non sarebbe stata possibile se in Italia non ci fosse una coalizione di interessi che crede nelle opportunità offerte  dall’economia globale e nel progetto di integrazione europea, vuoi per vocazione ideologica, vuoi per motivi più strettamente utilitaristici. A questa coalizione non appartengono solo le forze della finanza e della grande industria, ma anche quanti vedono nell’Europa e nel mercato comune una fonte di stabilità politica ed economica in grado di ridistribuire prosperità e sicurezza a livello locale. Costoro pensano l’Europa (l’UE) come un welfare state non ancora pienamente realizzato.

Quasi un mese dopo la fine del governo Berlusconi, il 9 Dicembre 2011, i capi di stato e di governo dell’Europa decidono di istituire un meccanismo automatico per il contenimento del deficit di bilancio degli stati membri, il Fiscal Compact (elemento principale del Treaty on Stability, Coordination and Governance). L’Europa sembra marciare verso l’adozione di una politica fiscale comune.

In che cosa consiste il Fiscal Compact? I membri dell’UE (eccetto il Regno Unito e la Repubblica Ceca) si impegnano a perseguire un percorso di convergenza economica nel medio periodo, incentrato sulla riduzione del debito pubblico e sulla crescita, in cui il bilancio nazionale deve sempre essere in parità o in surplus. Il deficit strutturale annuo tollerato non può superare la soglia del 5% del Pil. In caso di superamento di tale soglia, ciascun paese deve prevedere un meccanismo di aggiustamento automatico, definito in base a principi proposti dalla Commissione Europea.  Gli obbiettivi di convergenza, così come le regole sul deficit, devono essere inscritti nella legislazione nazionale, preferibilmente la Costituzione. La Corte di Giustizia Europea ha il compito di sorvegliare la loro trasposizione nella legislazione nazionale, e può imporre sanzioni finanziarie fino allo 0,1% del Pil in caso di non adempimento. Nel caso in cui un paese membro superi il tetto del 3% del Pil per il deficit, o quello del 60% del Pil per il debito pubblico, esso dovrà presentare alla Commissione e al Consiglio un piano di riforme strutturali, che deve essere validato dalle due istituzioni Europee.

Dunque nel complesso le decisioni prese dai capi di stato e di governo nel Dicembre 2011, rafforzano il controllo di Bruxelles (e si badi bene al ruolo crescente del Consiglio) sulla gestione dei bilanci e delle politiche nazionali.

 

Le “magnifiche sorti e progressive”

Quali implicazioni potrà avere per la democrazia, così come la conosciamo, questo trasferimento di autorità sui bilanci e sul fisco a livello Europeo? Quali sono i rischi o i possibili benefici?

In un’intervista rilasciata a Radio Popolare nei giorni che seguono il 9 Dicembre Emma Bonino, europeista e federalista convinta, giudica positivamente il nuovo accordo fiscale europeo. L’adozione di un trattato intergovernativo sul pareggio di bilancio é un ulteriore passo verso l’integrazione politica dell’Europa – la meta finale vagheggiata dai federalisti europei sin dai tempi di Altiero Spinelli. La situazione attuale rappresenterebbe, secondo la Bonino, un esito sub-ottimale e transitorio che bisogna tollerare fino a quando il prossimo empito d’integrazione non renderà più completo il meccanismo istituzionale europeo.

Eppure, per il momento questo meccanismo sottrae sempre più poteri economici agli stati, senza tuttavia rafforzare la dialettica politica e democratica all’interno delle istituzioni europee, e dunque senza rafforzarne la capacità di rappresentare il demos. Poiché l’accordo sul Fiscal Compact é intergovernativo, il Parlamento europeo non avrà alcun controllo su di esso. In compenso, i capi di stato e di governo che l’hanno sottoscritto si sono impegnati a introdurre le regole di pareggio di bilancio nelle costituzioni nazionali (il famoso “codice genetico del popolo italiano” secondo l’allora Presidente della repubblica Oscar Luigi Scalfaro). I parlamenti nazionali saranno chiamati a seguire nuove direttive che ne riducono la libertà di manovra nella gestione del bilancio pubblico nazionale.

Qual’è la speranza dell’On. Bonino? Per capirlo sono necessarie due osservazioni.

Primo, storicamente l’integrazione Europea è il risultato di decisioni intergovernative che hanno alterato gli equilibri istituzionali nazionali per delegare nuove responsabilità a Bruxelles.  La prima di queste decisioni storiche fu la creazione stessa della Comunità Economica Europea, e ancor prima della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio. E’ vero che la Commissione – e il Parlamento –  ha giocato un ruolo importante in alcuni frangenti. Ma è anche vero che il trattato costituzionale di Lisbona è il frutto della volontà dei governi. Il Parlamento Europeo ha fornito legittimazione e spinta politica. Ma mai l’Europa avrebbe potuto adottare un nuovo trattato costituzionale se le cancellerie Europee non l’avessero voluto. Il loro ruolo di mediazione e snodo politico fondamentale tra la politica nazionale e quella Europea è innegabile.

Secondo, la storia Europea dimostra che ogni volta che viene alterato l’equilibrio democratico Europeo, attraverso l’adozione di decisioni intergovernative che non sottostanno ad alcun scrutinio parlamentare, l’Europa tende a ristabilirlo rafforzando il potere del Parlamento europeo. La CEE nasce nel 1957. Ma è solo nel 1979 che si tengono le prime elezioni dirette del Parlamento Europeo. Il mercato comune viene completato con l’Atto unico europeo e il Trattato di Maastricht a cavallo tra gli anni ‘80 e ‘90. Ma è solo con i trattati adottati negli anni successivi che si riconosce al Parlamento Europeo un ruolo co-decisionale a pieno titolo con il Consiglio. Questo ruolo viene pienamente sancito dal Trattato di Lisbona (firmato nel 2007, entra in vigore il 1 dicembre 2009). Eppure ancora vengono introdotte nuove competenze europee che sfuggono a l’unico organo propriamente democratico del leviatano Europeo. L’On. Bonino spera che anche questa volta vi sia un riequilibrio. E tra qualche anno il Parlamento Europeo potrà dire la propria sulle norme fiscali. Il teorema sembra funzionare.

 

Deficit democratico: la tentazione dei modelli alternativi

Ma la questione in realtà è ben più complessa, e vi sono molti ostacoli che minacciano il lieto fine di questa storia. Per rendersene conto bisogna allargare lo sguardo, nel tempo e nello spazio.

Innanzitutto due parole sull’organo chiamato Consiglio. Gli euro-ottimisti potrebbero dire che dopo tutto il Parlamento Europeo e il Consiglio (dove ogni paese membro è rappresentato da un ministro, ma il voto è ponderato) assomigliano al congresso e al senato americani. Come gli USA, si potrebbe considerare l’UE uno stato federale con un parlamento bicamerale. Da una parte 300 milioni di americani, dall’altra 500 milioni di Europei. Un’unica grande fede nella democrazia. Se il buon funzionamento di un sistema simile è di per se già fonte di dubbi negli Stati Uniti, dove vi è un divario tra popolazione effettiva ed elettori, figuriamoci in Europa dove siamo ben lungi dall’aver completato il cammino federalista. Il Consiglio è uno dei poteri decisionali meno trasparenti e soggetti a meccanismi di responsabilità democratica (accountability). Non sappiamo chi vota contro e chi a favore. Nessuno può eleggerlo o scioglierlo. Ciascun membro ha dietro di se una burocrazia di esperti e di interessi. Il Parlamento Europeo, d’altra parte, è trasparente ed eleggibile. Peccato che, dal punto di vista del dibattito politico e partitico, non conti nulla. Per i partiti italiani il parlamento europeo è un pre-pensionamento dorato per anziani politici non più impiegabili a livello nazionale. Oppure un purgatorio per giovani troppo promettenti in attesa che si liberi un poltrona in patria. Come se non bastasse, questa compagine improbabile è chiamata a votare su mega direttive di centinaia di pagine (per lo più in inglese) che legiferano su materie tecniche molto complesse come la classificazione delle sostanze chimiche (la famosa direttiva REACH che si è mangiata un’intera risma di carta nella mia stampante quando ho voluto leggerla). Nessuno sa come gli eurodeputati facciano a comprendere e dibattere queste direttive per il nostro bene. Quello che è certo è che tra qualche hanno ne vedremo le conseguenze più o meno desiderate.

E questi potrebbero essere considerati ancora degli incidenti di percorso, dei mali minori o danni collaterali nella marcia inarrestabile dell’Europa verso un super stato federalista e democratico. Ammettiamo dunque che siano tollerabili. Ammettiamo anche che tra qualche hanno i poteri del Parlamento Europeo crescano nuovamente. No taxation without representation. Se le tasse degli Europei saranno regolate a Bruxelles, ci sono buone speranze che il dibattito politico diventi più acceso e che le elezioni europee diventino una vera gara politica tra partiti con programmi ben definiti.

Il risultato sarebbe un parlamento europeo con 732 membri che si esprimono nelle 23 lingue ufficiali per discutere del bene o dell’interesse comune di circa 500 milioni di Europei. Io vorrei sapere con quale coraggio intellettuale un sistema simile possa essere chiamato democrazia?

La democrazia è numero, scrivevano gli antichi. La perdita di contatto tra l’eletto e i suoi elettori è un grosso problema, specialmente in una società dove la politica attiva è diventata l’hobby di pochi appassionati che ancora si ritrovano in smunti – o artificiali – circoli di partito.

Infine, vi sono trattati sull’importanza del linguaggio per l’identità culturale dell’uomo e delle sue società. In Europa parliamo lingue diverse, e il non capire l’altro è una fonte di timore e preoccupazione. E’ vero, oggi si parla l’inglese. Ma quanti degli elettori italiani sarebbero pronti, anche tra una ventina di anni, a seguire una campagna elettorale in inglese? Questa super democrazia europea sarebbe effettivamente sostenibile? O non rischierebbe forse di bruciare rapidamente il capitale democratico dell’Europa in un forno di incomprensioni, frustrazioni ed inefficienze istituzionali e politiche che farebbe il gioco dei nazionalismi radicali anti-europei?

C’è una periferia politica dell’Europa di destre e di estremismi che attendono il loro turno, come jene fameliche intorno a un banchetto di nobili felini.

Peggio ancora. A una ventina di ore di aereo da Bruxelles c’è un posto chiamato Cina il cui potere politico ed economico è proporzionale all’efficienza dittatoriale con cui le decisioni vengono prese dall’alto. La libertà economica  convive con l’assenza di libertà politica. Quello che spaventa è che ad alcuni questa convivenza sembra funzionare molto bene. Una popolazione di un milione di cinesi viene gestita con un efficiente apparato di decisioni centralizzate che possono far mutar rotta dall’oggi al domani. Ad esempio: ieri la Cina se ne infischiava dei cambiamenti climatici e delle emissioni di gas serra. Oggi sta per raggiungere l’Europa –  e forse lo avrà già fatto quando avrò finito di scrivere questo paragrafo – nella produzione di energie rinnovabili. Tutto molto efficiente.

Questo post è stato scritto più di un anno fa. Ben prima che si dispiegassero gli attuali scenari della politica italiana – che tuttavia sembrano confermare alcune delle riflessioni qui proposte.

 

 

Info su Giovanni

Un patriota espatriato. Vivo a Bruxelles dal 2005. Mi piace leggere, suonare e andare per monti. Il mio mestiere é dare consigli.
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